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#Favoledistoffa

#Favoledistoffa: cos’è e come nasce

Era il 3 febbraio scorso quando mio nipote fece un disegno, complice la noia di un primo pomeriggio. Un disegno come un altro, ma che mi colpi’ moltissimo. Aveva disegnato un Leone, che notoriamente con criniera e codona, ha valenza maschile. Ma lui no, lui l’aveva disegnato come mamma. Come potergli dare torto, d’altrone, lui una mamma leone ce l’ha davvero, e non mi riferisco certamente al segno zodiacale.

“La mia mamma è un leone!” Ho subito pensato ad una storia, ad una favola, non so precisamente perchè. Non ho mai scritto favole per bambini. Nè avevo intenzione di iniziare.

Quella notte dormii poco e niente. Era la notte tra il 3 ed il 4 febbraio. Una dopo l’altra si presentarono davanti a me immagini di ogni tipo. Simone aveva parlato di un suo disagio senza rendersene conto, ed era riuscito a trasformare questo disagio in un punto di forza.

“La mamma leone ce l’ho solo io! E pochi fortunati! Mica tutti. ”

Sono tornata indietro nella mia vita ed ho pensato all’enorme fortuna che ho avuto nella mia infanzia nel fare determinati incontri nel momento giusto: persone per me preziosissime che mi hanno donato il grandissimo privilegio di imparare a dare senso agli eventi drammatici, anche a quelli che apparentemente ci lasciano li’, con il cuore pieno di dolore e le lacrime agli occhi.
Sono cresciuta con questo prezioso insegnamento, con la consapevolezza di dover affrontare questa o quella deviazione di percorso, o variabile, perchè necessaria alla mia vita. Alla mia storia. Al mio “destino”.

Non è un’accettazione passiva, attenzione. Nè ha a che fare nello specifico con il cristianesimo. Si tratta di qualcosa di ancora più sottile: trasformare i problemi in opportunità. In trampolini trasparenti protesi verso l’infinito.

Quella notte ripensai a tutto questo. Ed avrei voluto abbracciare Simone, con il quale tra l’altro ho un rapporto molto poco tattile, e spiegargli tante cose. Ma aveva solo 6 anni.

#Favoledistoffa nasce cosi’. Quella notte.

Mi sono detta “e se la stessa opportunità che è stata data a me l’avessero tutti i bambini?”.
Confrontandomi con gli adulti, in momenti drammatici, ho sempre avuto una grossissima difficoltà a far comprendere questo semplicissimo concetto. Gli adulti hanno troppe sovrastrutture per comprendere qualcosa di cosi’ lineare agli occhi dei bambini. Come poter spiegare ad una donna che ha sofferto che quella sofferenza è li per condurla da qualche altra parte?

Spiegarlo ad un bambino è più semplice. Come è successo a me.

E come spiegarlo ad un bambino? Con una favola. Ma la favola deve parlare di me, deve essere di stoffa. E deve essere terapeutica, quasi calmante, ed immediatamente ho pensato alla pula di farro. Ed alla forma di un cuscino.

Un mese dopo il progetto era chiaro nella mia mente. Il titolo è venuto quasi da sè. Ma cosa raccontare? Come poter cambiare un pezzo di mondo? O almeno un pezzettino piccolo piccolo? Da dove cominciare? I temi sono infiniti. L’abbandono, la separazione, la perdita, la violenza. Da dove cominciare davvero?

Per caso ho conosciuto virtualmente Pamela Fumarola e la sua associazione ASFA Puglia – Associazione a supporto famiglie con autismo. La vita più volte mi aveva fatto sfiorare questa parola, “autismo”. Nei miei studi, negli studi sui neuroni specchio, nelle amicizie. Questa parola si era ripresentata cosi’ tante volte nella mia vita che quando ho conosciuto Pamela, l’ho contattata. Le ho raccontato tutto e le ho detto che il numero zero della collezione #Favoledistoffa avrebbe parlato di autismo. E di diversità.

La diversità. Un concetto a me cosi’ chiaro. Un concetto che ho vissuto e vivo sulla mia pelle ogni giorno. L’unicità di essere una persona “differente” dal gregge.

Nella mia mente psicopatica, avrei dovuto adesso trovare un’ illustratrice, una scrittrice, una giornalista ed un azienda che si sarebbe occupata della stampa dei tessuti. Il tutto senza guadagni. Il tutto per beneficenza. Follia praticamente.

C’è voluto tempo. Ma le cose sono andate da sè. Ed è nato “Il grillo (non) parlante”. Vi lascio alle immagini di cio’ che oggi è stato realizzato ed alle parole della giornalista Alessia De Pascale, mamma di Simone, che ha saputo tradurre tutto questo in voce:

“Ogni bambino ha il suo linguaggio, tempi da rispettare, emozioni ben custodite da ascoltare.

Leggere un libro di stoffa ad un bambino vuol dire prendersi cura dei suoi sogni, coccolare la sua fantasia mentre è posata su un morbido cuscino e accompagnarlo con la musica della voce in un mondo in cui finalmente nessuno è diverso.

Una favola di stoffa è intessuta di sogni e amore, di disegni che accarezzano l’anima e di una trama di parole soffici che scaldano il cuore, per raccontare ai bambini anche le storie più difficili attraverso il linguaggio dell’uguaglianza e del rispetto per l’altro.

Un libro “conforto” per abbracciare idealmente tutte quelle mamme che, ogni giorno, si trovano ad affrontare coraggiosamente paure e difficoltà e a fare i conti con la diversità, in ogni sua forma.

Un libro “strumento” per genitori, nonni, zii e insegnanti che sussurri parole al cuore e soffi emozioni nei silenzi, per far sì che nessuno si senta solo.

Un libro “coccola” per raccontare ad adulti e bambini, attraverso la dolcezza di una favola, che anche la più grande sventura può trasformarsi in un punto di forza e in una opportunità per trovare una nuova strada verso la felicità.

Semplicemente una favola…per imparare a rispettare e accettare ogni diversità.”

Alessia De Pascale

#Favoledistoffa nasce cosi’.

Con anime belle.

Il grillo (non) parlante

Testi di Alessandra Erriquez Giornalista, mamma e blogger. Ha lavorato per le edizioni locali del Corriere della Sera e nel settore dell’arte. È atelierista di scrittura creativa per bambini e cura la comunicazione de ‘La Via dei Colori onlus’ contro i maltrattamenti. È autrice dell’albo “L’amore è a doppio senso” e del libro “Ho scelto le parole”. Crede nel potere della scrittura e delle domande dei bambini. Voci di cameretta

Illustrazioni realizzate con olio di Annika De Tullio Pittrice, scenografa, attrice, si specializza in percorsi per lo sviluppo della creatività infantile all’Accademia di belle arti di Bari con docenti che sapranno lasciarle il segno, uno fra tutti, Franz Falanga, a cui deve l’ispirazione della creazione di un metodo didattico. Subito dopo l’incontro con Alma Tigre e Bepi Petino, comincia la sperimentazione del metodo Kinderbauhaus e ne nasce un libro: Kinderbauhaus-Non sottovalutatemi. Attualmente e’ coordinatrice di Villacolle , una scuola delle arti a portata di bambino. Kinderbauhaus

Introduzione di Alessia De Pascale Giornalista, mamma, scrittrice e donna multitasking in grado di trasformare in testo qualsiasi emozione.

La realizzazione di questo progetto è stata supportata da TheColorSoup, azienda leader nel settore della stampa personalizzata su tessuto, che ha sposato da subito l’iniziativa omaggiando alla causa 10 mt di stoffa.

Il ricavato della vendita di questi 20 libri sarà interamente devoluto all’associazione ASFA Puglia

 

E’ solo il primo di tanti tanti progetti già disegnati nella mia mente. Cambiare il mondo forse no, ma un pezzettino, piccolo piccolo, lo salviamo. L’ho promesso ai miei figli.

Un po' di me

Titolo di studio: “SOPRAVVISSUTA”

Ho guidato alla velocità della luce. Dovevo tornare a casa ed accendere il mio pc. Un foglio bianco, una tastiera, e via.

Oggi si è specializzata mia sorella: è diventata Medico Gastroenterologo dopo anni ed anni di studi.
E proprio come qualche mese fa, quando l’altra sorella divenne Avvocato, tutta la famiglia era li, ad osservarla con sguardo fiero ed ossequioso. Il massimo dei voti entrambe, ore ed ore di studio in condizioni al limite della sopravvivenza, al limite del dolore. Entrambi i percorsi sono stati conclusi e portati avanti subito dopo la morte di mio padre, e non avere il suo abbraccio o il suo in bocca al lupo la sera prima, è stata durissima. Sono state eccezionali, due cavalli vincenti, due donne e professioniste che ho visto piano piano crescere e maturare. Hanno portato avanti i loro progetti con determinazione, forza, costanza, stringendo i denti sempre. Ed oggi finalmente la loro vita da PROFESSIONISTE inizia.

Oggi sulla soglia della porta dell’aula lo vedevo, papà. Era li, con il suo cappello da buttero ed il suo gilet verde oliva con guance rosse e piene di orgoglio, e forse dentro di se borbottava qualcosa sull’esposizione di Viviana, o sul modo in cui mia madre si toccava i capelli. Non so.

Ma era li, me lo sentivo addosso. O meglio, lo sentivo addosso a loro. Lo vedevo nelle gambe sottili di mia sorella Viviana, nel modo di osservare ogni cosa di mia sorella Simona, nella camminata di mio zio, suo fratello. Lo vedevo nei ricordi, quando fiero chiedeva alla figlia “media”, e tu papà cosa vuoi fare da grande? “Il medico”.

Lo sentivo nell’aria. Lo sentivo girare intorno ai professori che rivolgevano domande, lo sentivo pavoneggiarsi durante la proclamazione. Lo sentivo.

Ho pianto. Ad un certo punto devo anche aver risposto male a mia madre che continuava a chiedermi “ma che c’è, qualche brutta notizia?”. No. Anzi. Io quando sono emozionata devo piangere. Punto.

Questi momenti per me sono sempre molto difficili. Per svariate ragioni. Ho cercato negli anni di comprendere queste reazioni emotive alle loro rispettive lauree, proclamazioni, traguardi. Loro meritano ogni singolo sguardo di orgoglio e fierezza riversato da chiunque sui loro visi. Ed io piango. E provo un “nonsochè” di molto fastidioso dentro lo stomaco.

Non sono arrivata a grosse conclusioni, posso solo cercare di mettermi a nudo per comprenderne le ragioni e perchè scrivere mi aiuta sopra ogni cosa. Io la laurea non ce l’ho. Io quelli sguardi addosso, cosi’ fieri, non li ho mai avuti. Nè da mio padre nè da nessuno. Una volta ho visto papà guardarmi in quel modo, una volta sola… quando mi ha vista in abito da sposa. Aveva quelli occhietti rossi rossi di commozione, che volevano solo dirmi “sei bellissima, figlia mia.”

Quegli occhietti me li ricordo come fosse ieri. Mi prese dalle spalle con le sue grandi mani, e non disse nulla. Mi guardo’ solamente. Non saluto’ nessuno delle persone presenti nella stanza, guardo’ solo me. Una volta sola. In 40 anni.

Oggi piangevo per commozione, gioia. E per forse invidia, quella sana, perchè io quella sensazione la non l’ho mai provata. Perchè i miei sono sempre stati obiettivi diversi. Non cadenzati da un titolo di studio. E perchè forse un titolo di studio io non sarei mai riuscita a procurarmelo, se non comprandolo, causa assenza totale di costanza. Ma nella società in cui viviamo quegli occhi li’ fanno parte del pacchetto “laurea – specializzazione – proclamazione”.

Non esiste un titolo di studio che possa contenere la follia del mio percorso e delle mie decisioni. E menomale. Altrimenti avrei avuto voti bassi anche li. O qualcuno si sarebbe girato per dirmi “lei, signora, puo’ rendere di più”.
E non avrei vinto borse di studio. Nè master. Un titolo di studio sulle mie “competenze” non esiste. Non si puo’ dare un voto all’irrequietezza, all’instabilità, all’essere mamma, all’essere moglie, alla creatività, all’idea. Non si puo’ guardare qualcuno con quegli occhi li’ solo perchè ha stravolto in un mese la sua vita. Non si puo’.

Avevo bisogno di tornare a casa e di guardarmi allo specchio.

Fiera delle mie sorelle, una delle cose migliori che potesse capitarmi insieme alla mia famiglia, avevo bisogno di sentirmi un po’ fiera anche di me.

Mi sono guardata allo specchio. Mi sono voltata appena appena ed ho rivisto il tatuaggio realizzato qualche giorno fa. E mi sono detta che da oggi anche io ho un titolo di studio:SOPRAVVISSUTA

Contro ogni evento.

Sopra… vissuta…. Vissuta sopra ad ogni cosa, come volando. Come proteggendo. Come staccandomi da terra. Sopravvissuta: agg. e s. f. (f. –a) [part. pass. di sopravvivere]. – Chi si è salvato da un disastro

E niente. Merito anche io di essere guardata cosi’.
Ma lo fanno i miei figli. E forse basta cosi’.

Se potessi parlare alla piccola Yaya bambina, le canterei solo una canzone…

Un po' di me

L’unica certezza è il CAMBIAMENTO

Tutto ebbe inizio 12 anni fa. Con un contratto. Una di quelle cose che molti miei coetanei si sognano, ancora oggi. Un contratto per una multinazionale, una delle più grosse, più stabili, più etiche che potessero esistere al mondo.

Ero incuriosita da questa proposta, io che avevo sempre lavoricchiato con l’arte e lavorato nel settore della formazione informatica, marketing, con Microsoft, e tanti nomi strani che solo a nominarli ora mi vengono i brividi.

IKEA aveva scelto me. Full time. Tempo indeterminato. Avevo 28 anni. Una svolta. Diventava possibile una stabilità, un mutuo, una carriera. IKEA mi ha risucchiata emotivamente, mi ha inglobata. Ha generato in me qualcosa che solo i migliori sanno generare: il senso d’appartenenza ad un gruppo. Mi ha insegnato valori FONDAMENTALI e PROFONDI legati all’etica, all’appartenenza, alla fedeltà, al rispetto. Sono stati anni sereni, felici. In cui dall’esterno mi veniva detto “ma voi siete una setta?”. No, non eravamo una setta. Eravamo amici e colleghi, prima di tutto.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Ma si sa, nel mondo del lavoro le persone cambiano, le situazioni anche, e si sono iniziati a rompere i primi equilibri interpersonali. Intanto crescevo. Umanamente e professionalmente. I rapporti cominciavano ad essere più selettivi, le serate fuori con i colleghi anche, ma l’azienda GIALLO/BLU mi scorreva nelle vene.

Dopo una serie di disavventure, che per starle a spiegare dovrei scrivere un romanzo, incontro mio marito. Molti di voi nemmeno lo sanno, ma mio marito altro non è che il mio primo grande amore delle elementari e medie. Foto a testimonanza (stasera mi ammazzerà). L'immagine può contenere: una o più persone e persone in piedi

Mio marito stravolge tutti i miei piani. Mi ha travolto, mi sono sentita a casa, ed in poco pochissimo tempo abbiamo deciso che finalmente era arrivato il momento di fermarsi. Quel fermarsi che non è tappa obbligata, ma è proprio “Ok, io scendo qua perchè da sola ho imparato a vivere ma con te al mio fianco la vita è davvero perfetta. ”

Il matrimonio è stato probabilmente il giorno più bello della mia vita. Insieme all’arrivo dei miei figli, insieme alle nostre mille case e traslochi. Il matrimonio è stato il punto in cui per davvero per la prima volta mi sono chiesta “Ilaria, ma tu cosa vuoi fare da grande?”. Io voglio essere FAMIGLIA, mi sono risposta.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio all'aperto

Non ho un passato semplice, d’altronde chi di noi lo ha. Mai puntare il dito verso qualcuno se prima non conosci la sua storia. E la mia, di storia, è degna di Nobel. Ad un certo punto pero’ ti ritrovi a fare i conti con chi sei. Con chi se stata. Con chi ti ha amato e quanto possa averlo fatto male. Con chi ti ha generato. Con chi hai convissuto. Lavorato. Inizi a fare i conti di quante volte hai dovuto abbassare la testa, quando dentro lo stomaco esplodeva di rabbia.

Il diventare madre ti spinge oltre ogni limite umano. Tu credi di avere dei limiti, ed invece i limiti non ci sono. Puoi non dormire per tre notti di fila e stare in piedi con 15 caffè. Puoi sopportare le pene dell’inferno, quando prima una piccola iniziezione ti terrorizzava. Diventare madre ti fa salire di livello, proprio come in una partita al Nintendo (io mi sono fermata la’). Ed improvvisamente inizi a volare invece che saltare, e ti spuntano i superpoteri.

Ecco. Tra i miei nuovi superpoteri, la convinzione che un’idea possa consentirmi di vivere dignitosamente. Tra i miei nuovi superpoteri, la convinzione che nessuno stipendio al mondo valga la crescita dei miei figli. La convinzione che niente e nessuno più mi staccherà dal weekend con la mia famiglia. La convinzione che con le mie sole forze, piano piano, passo dopo passo, potrò spingermi fin dove tanti di noi leggono il terrore: la realizzazione del proprio sogno.

La convinzione che si, forse, posso farcela. O forse no. Ma che, sicuramente, non morirò senza conoscere la risposta.

Ufficialmente non sono più una dipendente IKEA, e non smetterò mai di ringraziare a sufficenza la mia “ex” azienda per avermi insegnato che nella vita nulla è certo se non il CAMBIAMENTO stesso.

Me ne vado felice. Serena. Fiduciosa. Un po’ impaurita, ma fa parte del gioco. In pace con il mondo. E con tanto futuro davanti a me. Per comprenderlo, questo futuro, dovreste entrare nel mio passato. Vi lascio con un trailer realizzato per mio padre tanti anni fa, che per molti di voi non vorrà dire nulla, ma per me vuol dire tutto:

Tutto parte da qui.

Domani, 18/07/2018, inciderò sulla mia pelle due simboli: cio’ che mi ha salvato e cio’ verso cui sono diretta. Dopodomani, nel giorno del compleanno di mio padre, potrò mostrargli che le sue radici le avro’ tutuate sulla mia pelle per sempre.

Un po' di me

Storie di non laureati

Non nasco sarta. Né stilista.

Non ho un titolo di studio legato al settore creativo, se non un diploma regionale di decoratrice ceramica ed un liceo classico.

Non nasco imprenditrice, e tutto ciò che ho sempre fatto per 20 anni per lavoro, ho cercato di viverlo con passione e farlo mio.

Poi sono arrivati loro…

Quattro occhi luminosi che mi hanno insegnato che niente è impossibile.

Che i limiti li fissiamo solo noi.

Che non è mai troppo tardi per ricominciare da capo.

Che non è mai troppo tardi per incominciare ad avere coraggio. E speranza.

Sono un animale ibrido. Un insieme di pianoforte e marketing. Di vendita e artigianato. Di canti e libri inadatti alla mia età.

Sono una lotta alla conquista della mia autostima, e della stima di mio padre.

Sono 6 pagine di curriculum, con contratti tutti in regola, cosa decisamente fuori dagli schemi per una città come Bari.

Sono un diploma. Tanti percorsi formativi. Ed una mezza laurea in psicologia.

Sono percorsi di vita tortuosi e complessi.

Sono mamma, prima di ogni cosa.

Non sono perfetta, ho tanto da imparare. In questi 20 anni ho spiato tutti i settori delle aziende con cui ho lavorato. Dalla comunicazione al marketing. Dalla grafica alla progettazione. Dallo stare al pubblico allo stare dietro le quinte.

Ed ho cercato di fare mio tutto questo.

Ma ho qualcosa di innato.

Riconosco i bambini. Li leggo. Li associo dopo un solo sguardo ad una grafica. Ad un modello. Ad una storia magica. So leggere il loro sguardo. E loro sanno leggere il mio.

Non so fare nulla, se non guardare il mondo con i loro occhi e con loro condividerlo.

Il fatto che io abbia imparato a cucire è un caso. Il mio voler lavorare per loro, è storia. E necessità.

È questa la mia laurea. Una laurea fatta di lividi e cicatrici. Con un valore immenso. Che mi porta ad inseguire un sogno: dedicare a loro il mio futuro.

Chissà cosa ne penseresti tu, papà…

Un po' di me

Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo…

E’ un periodo stracolmo.

Stracolmo di ordini, richieste, collaborazioni, emozioni, decisioni. Sto per affrontare i mesi più importanti della mia vita, dopo quelli che mi hanno vista andare verso il mio matrimonio e la nascita dei miei figli.

Vivo in uno stato perenne di adrenalina, tensione, fretta, corsa, ed infiniti sorrisi. Perchè piano piano sto costruendo il mio piccolo angolo di paradiso. Perchè piano piano c’è sempre più gente che mi segue in questo bellissimo percorso. Perchè piano piano il disegno prende forma, insieme alle grafiche, insieme ai bambini che sto vedendo crescere, insieme alla mia famiglia.

Habemus un laboratorio prima di tutto! Il “dove” me lo tengo ancora per un po’ gelosamente conservato e condiviso con pochi intimi, più per scaramanzia che altro. Ma sarà una bellissima sorpresa, anche perchè sarà collocato in un luogo che parla meravigliosamente di bambini ed artigianato… e mi permetto di aggiungere uno dei pochi a Bari, gestito da una persona bellissima ed in gambissima, un vulcano di idee ed ispirazioni. Ok, già vi ho detto troppo. 🙂

Habemus una mano! E non è da poco. Carmela sarà il mio braccio destro, siamo in fase di affiancamento ma già sono innamorata di questa donna coraggiosa che a 35 anni, con 3 figli, ha deciso di rimettersi in gioco in un progetto folle come il mio. Mamma come me, creativa come me, vulcano e tempesta come me. Ci siamo incontrate e riconosciute. E non ho avuto bisogno di andare avanti nelle selezioni perchè davvero avevo trovato cio’ che stavo cercando.

Habemus fornitori! Quelli affidabili e veloci. Quelli che quando spendi i soldi sei quasi felice di darli a loro. Anche qui, mi riserverò in uno specifico post di raccontarvi chi sono le aziende con cui collaboro, con alcune di loro da anni, e perchè le ho scelte.

Habemus ordini, tanti ordini, e tempi di consegna lunghi perchè fino ad oggi ero sola. Ma oggi siamo in due, recupereremo presto e lavoreremo a tante altre cose. E menomale direi, e non posso che ringraziare proprio voi perchè se tutto questo sta partendo, è grazie al vostro supporto, appoggio, condivisione.

Habemus una sfilata prevista per i primi di giugno, la prima della mia vita, e già mi sta salendo l’ansia da palcoscenico 😀 Stilista? Ma chi, io? Naaaaaaaaa.

Habemus progetti e gruppi di lavoro pronti per partire, che purtroppo aspettano solo me ed il mio poco, troppo poco tempo. #FavoleDiStoffa è uno di questi progetti, e sono certa che quando ve lo illustrerò ve ne innamorerete e vi farete in quattro per darmi una mano. Scommettiamo?

– Habemus addirittura un progetto a lungo termine, ma questo davvero è ancora più segreto e ce lo conserviamo gelosamente io e Carmela 🙂

Habemus tanti kg in meno. Tante occhiaie. Perchè unire e conciliare due lavori, di cui uno su turni, due figli, 6 lavatrici a settimana, ed una casa da portare avanti non è cosa semplice. E vi invito a provare, per comprendere. Ma sono situazioni transitorie ed in corso di definizione. E tutto è strumentale al mio sogno.

E’, sicuramente, lo stress e la stanchezza più bella che io abbia mai provato in vita mia. Per metà giornata sono Ilaria, progettista di cucine. Per l’altra metà sono Neige. Una sorta di Dott. Jekyll e Mister Hyde (questo mi porta spesso a situazioni paradossali di accavallamenti vari, quando in piena progettazione, riconoscete il mio volto )

Maggio e Giugno saranno due mesi meravigliosamente MAGICI. Raccolgo le forze e tiro dritta come un treno, oggi che finalmente vedo li’, a due passi, l’avvio di un sogno che dura da 20 anni.

Io vado avanti eh. Mica mi fermo.
Coraggio? Determinazione? Forza?
No no. Passione sfrenata e smisurata per cio’ che faccio. Ed una buona dose di incoscienza.

“Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.”
Ghoete

 

 

Un po' di me

Di bambini & di angeli…

Non so precisamente quando ho deciso di lavorare con i bambini. Forse quando per la prima volta mia figlia mi ha guardata, o forse quando si è posata sul mio seno. O forse quando ho letto la cattiveria negli occhi degli adulti. O forse quando mi sono accorta che un bambino è un essere indifeso. E che ogni gesto, può essere fatale.

Fatto sta che da quando ho deciso di unirmi a loro, nel loro modo di pensare, ragionare, scegliere, mi si è aperto un mondo.

Ed ho fatto una scoperta sensazionale.

I bambini, tutti, hanno un angelo custode. Non quello classico, che la chiesa ci impone di vedere, no no. Un angelo, il piu “laico di tutti” per citare il caro vecchio Dalla.

In questi giorni ne ho avuto la riprova. Mia figlia ha un angelo potentissimo. Eppure io non sono cristiana, non vado in chiesa, e non mi batto il petto. Io credo in cose tutte mie, ma mia figlia ha un angelo potentissimo. Ma è davvero super. Con superpoteri da fare invidia ai supereroi dei cartoni che tanto i bimbi amano.

Mia figlia ha un angelo, ma altri bambini angeli lo diventano probabilmente. Perché certe cose non si spiegano che così.

Oggi un caro, carissimo amico ha perso sua figlia. Giorgia aveva 14 anni, era una ragazzina brava ed educata, una di quelle che quando guardi il suo profilo FB pensi “metterei la firma per vedere mia figlia diventare così”. Giorgia ha avuto un aneurisma. Cosi. Senza preavviso. Senza senso. Ed in pochi giorni, oggi il suo cuore ha deciso di smettere di battere.

Ecco. Io trovo una spiegazione sempre a tutto. Riesco a giustificare cose che agli occhi dei più sono ingiustificabili. Insegno ai miei figli che c’è sempre un motivo dietro a ciò che ci fa male, sempre. Insegno loro che le nostre vite sono continue lezioni. Insegno a me stessa ogni santo giorno che le mie cicatrici mi hanno reso cio che sono.

Ma cose così, no. Cose così non si spiegano. Ma oggi una spiegazione devo darmela per non farmi annientare dal dolore che sento silenzioso scorrere nelle vene. Perché è successo a Giorgia. Ma poteva succedere a chiunque.

Lunedi mia figlia è stata accompagnata per mano da un angelo. Ed oggi Giorgia un angelo lo è diventata. Fortuna. Sfortuna. Destino. Karma.

Chiamatelo come volete.

Ma mi piace immaginare Giorgia, e tutti i bimbi come lei, fluttuante tra di noi, a ricordarci di rallentare, di frenare i ritmi, di alleggerire lo stress, di abbracciare di più i nostri figli, di costruire ricordi.

Perché siamo su un filo maledettamente sottile. Tutti. E spesso il tempo non è abbastanza.

Voglio lavorare con i bambini. Voglio prenderli per mano uno ad uno e farmi guidare da tutto cio che i loro occhi saranno in grado di insegnarmi. E voglio farlo ora. Non domani. Ora. Voglio riempirmi la vita dei loro sorrisi. Di quelli dei miei figli.

Voglio circondarmi del loro buon profumo di cioccolata e patatine. Voglio portarli in masseria a vedere i cavalli. E poi a teatro. Ed al cinema. Voglio esserci quando si addormentano. E quando si svegliano. E voglio far qualcosa per rendere la loro vita a loro misura.

Fosse un vestito. Fosse un progetto. Fosse un abbraccio.

Un po' di me

Neve…

La neve mi segue…

La neve si posava il 10/01/1979 alle 4 di notte, mentre mia madre lottava con le contrazioni durate 12 ore.

La neve si posava 20 anni fa, nel mio primo giorno di lavoro.

La neve si posava il 10/01/2017, uscita dalla camera di commercio con una p.iva nuova di zecca.

La neve si posava ieri, 26/02/2018, giorno in cui Andrea ha compiuto 2 anni.

Neve è il mio cognome, da 39 anni. E sempre lo sarà.

Neve (Neige) è il mio brand, un sogno nel cassetto che ogni giorno diventa più vicino.

Un fiocco di neve, il suo logo.

Neve è mio padre. Il Dott.Neve. Che solo a pronunciarlo, mi si riempie la bocca di fierezza.

La neve distrugge. La neve rinnova. La neve è inconsistente, e se ghiaccio, dura come pietra.
La neve ha mille riflessi cangianti.
Crea disagi e bellezza.

Neve sono io.

E niente da fare, ogni volta che nevica, mi si riempie il cuore di magia.


Io le appartengo. E lei appartiene a me.

Ed ai miei figli.

E proprio oggi, mentre la neve scendeva, è nato il mio dominio: neigededichedistoffa.it

Mio padre la chiamava “politica dei piccoli passi”.

E certe cose restano, restano eccome.

 

Un po' di voi...

Il regalo mio più grande…

grazie_001Precisamente, quando vi ho chiesto una mano, non mi aspettavo un supporto cosi’. Era capitato in passato che chiedessi una mano per aumentare la visibilità della mia pagina, ma di solito due o tre cagnolini isolati si erano mossi. Stavolta sono stata letteralmente travolta… una sessantina tra recensioni e condivisioni.

Davvero mi avete fatta commuovere, in primis per le tante parole meravigliose di supporto e stima, ma anche e soprattutto perchè nelle vostre parole ho riletto cio’ che tento di passare alla gente da dietro ad uno schermo. Magari in tuta. O piena di cotone sparso sul pigiama.  Senza costrutti o regole comportamentali, senza aver studiato marketing, ma semplicemente di pancia. E cuore.

La cosa meravigliosa è stato leggere, da persone vicine e lontane, il senso di tutto.

La vita toglie, alle volte. Ma la vita da’, e tanto, ne sono sempre più certa: la gioia più grande è sapere che sto lasciando un pezzo del mio cuore ad ognuno di voi con ogni mia azione, e questa credo sia la mia più grande vittoria. La gioia più grande è vedervi illustrare i miei progetti meglio di come io stessa sarei in grado di fare… e sentirvi collegati empaticamente e magicamente con me.

Grazie… grazie… grazie… è la direzione giusta. E leggere tutto questo, lo ammetto, mi ha cambiato la giornata.

Conserverò qui, gelosamente, solo alcune tra le parole più belle che oggi mi sono state donate…

 

 

 

Ilaria

Un po' di me

Di creativi, di Pinterest e di ricerche di identità.

Ieri sera riflettevo.
Pensavo al percorso che mi ha condotta fin qui.

Ho iniziato per gioco, ho iniziato perché la frenesia della vita quotidiana stava logorando la mia creatività, da sempre ancora di salvezza nella mia vita.

Ho iniziato perché, quando ho scoperto di essere incinta, non avevo proprio voglia di avvolgere mia figlia in qualcosa di preconfezionato, ma volevo per lei, miracolo della mia vita, qualcosa di unico.
Allora scorrevo le immagini di Pinterest, seguivo creativi di portata nazionale cercando di imparare il mestiere. Acquistavo tessuti ovunque, senza identità. Con la nascita della mia prima figlia Neige è nato.
Con la nascita di Andrea, nella foto in basso, Neige è diventato brand.

Sono trascorsi 5 anni. E prima di allora non avevo mai usato la macchina da cucire se non per accorciarmi le tende della cucina.

La creatività è una droga potentissima. Ti prende e travolge, e spesso ti fa scontrare con delusioni e furti. Fa parte del gioco. Ci siamo passati tutti, tutti abbiamo sfogliato Pinterest alla ricerca di ispirazioni e tutorial, tutti abbiamo questo o quel creativo che ha rappresentato il “via”.

Oggi, a distanza di 5 anni, mi accorgo di essere diventata parte del gioco, e che spesso le mie idee vengono prese e rielaborate. E vi dirò, la cosa alla fine mi piace pure.

Ma da qui vi dico che ciò che in questi anni ho costruito non è solo abbigliamento, o trapunte, o sacchi cambio; è un’IDENTITÀ.

Neige ha una sua identità, un suo progetto, un obiettivo. E nei prossimi mesi riuscirò a renderlo sempre più chiaro.

Oggi non sfoglio più Pinterest, oggi studio. Scrivo. Penso. Progetto. Faccio rete con persone meravigliose intorno a me. Selezionatissime. E prima di ogni cosa, ascolto i bambini.

Per cui qualcuno potrà anche imitare le mie idee ed i miei progetti, ma ciò di cui sono più fiera e’ la mia identità.
La filosofia che si nasconde dietro ad un piccolo fiocco di Neve. È la mia storia. È la storia della mia famiglia. È la storia del mio cognome. È 20 anni di lavoro.

E questo, no, questo non può essere rubato. E sorrido… Perché forse la strada è quella giusta.

#DisegnoIO

Un pezzo unico, cucito d’amore. Da mamma a mamma.

 

 

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Questo disegno è di una bambina di nome Eliana.

I bambini non lo sanno mica che quando disegnano aprono arcobaleni in cielo. E non sanno mica che sono dotati dell’arma più potente al mondo: la fantasia.

 

Perchè la fantasia puo’ salvare la vita, eh. Fidatevi.

E se questa fantasia fosse consegnata con fiducia alle mani di una pazza come me? Che muore dalla voglia di comunicare qualcosa ai nostri figli?

Senzanome

E se un’elaborazione grafica diventasse tessuto? So che è follia. Lo so. Ma ci pensavo da tanto, troppo tempo. Il desiderio di assecondare le loro richieste ed esigenze inizia a diventare qualcosa di assolutamente incessante nella mia testa. E sensato.

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Perchè poi quando ti ritrovi qualcosa del genere tra le mani, e vedi l’espressione di meraviglia e stupore di tua figlia che abbraccia un abito come se stesse abbracciando la sua stessa fantasia, allora tutto improvvisamente assume un senso.

I tuoi 20 anni di lavoro. I tuoi tanti fallimenti.  Il tuo percorso. Il tuo diventare mamma. Tutto era destinato a portarti fin qui.

Faccia a faccia con i più piccoli. A creare per loro pezzi unici, cuciti con l’amore che solo una mamma può comprendere.

#DisegnoIO è la mia rivincita. Per una volta comanda lui, il più piccolo.